GLI SPETTACOLI 2026

A COME SREBRENICA
di e con Roberta Biagiarelli / regia Simona Gonella / produzione Babelia & C.
Intorno al 9 luglio 1995 l’armata serbo-bosniaca attacca la Zona Protetta di Srebrenica, piccola cittadina della Bosnia Erzegovina. L’offensiva si protrae fino all’11 luglio 1995, giorno in cui le unità serbo bosniache entrano in Srebrenica. Seguono stupri, mutilazioni, esecuzioni di civili, sepolture di vivi. Ma il massacro di 9.000 civili di quella metà di luglio del 1995 è solo l’epilogo di una storia iniziata tre anni prima, una storia di assedio. Un’attrice sola sul palco diventa narratrice e protagonista di una vicenda dove la ragion di stato e gli interessi di politica internazionale hanno giocato a Risiko con la vita di decine di migliaia di persone. Questa testimonianza storica ricorda le vittime e punta il dito sui carnefici: aggressori e aggrediti. Nel maggio 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito l’11 luglio come ‘Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica 1995’.
Roberta Biagiarelli
Si è formata al Laboratorio Teatro Settimo di Torino. Come attrice lavora, tra gli altri, con Gabriele Vacis, Roberto Tarasco, Cesar Brie, Leo De Berardinis, Paolo Rossi, Danio Manfredini. Dal 1998 porta in giro il suo spettacolo su Srebrenica realizzando più di 500 repliche in Italia e all’estero.

A NIGHT WITH OTTAVIA PICCOLO (TANTO VALE VIVERE!)
da Dorothy Parker / con Ottavia Piccolo/ a cura di Sandra Mangini
In questa notte speciale Ottavia Piccolo, grande protagonista del teatro italiano, ci accompagna con grazia e autorevolezza nel mondo di un’ importante figura della letteratura novecentesca: Dorothy Parker.
Voce libera, trasgressiva e anticonformista, mente brillante, acutissima e tagliente, Dorothy Parker è stata un’ intellettuale raffinata, impegnata politicamente, sempre dalla parte degli oppressi. Prima di essere un’ eroina della sregolatezza, fu una grandissima scrittrice e poetessa, oltre che critica teatrale.
Con eleganza e leggerezza, esprimeva il suo disprezzo per l’inettitudine e il dolore per la condizione umana, in una visione della realtà come fondamentale disastro, che aveva poco a che fare con l’immagine di gioia imposta dalla società newyorkese del tempo, che voleva solo scherzare, divertirsi, ed essere felice a tutti i costi.
Nei suoi racconti le donne sono rappresentate come fossero costrette a camminare in un tunnel di angosce, delusioni, amarezze, gelosie, insicurezze, faticose rassegnazioni, furori; Parker era convinta dell’ineluttabilità di un destino fondamentalmente nemico ma aggrappata all’ all’esuberanza dell’esistenza, alla partecipazione alla realtà del mondo come unica via d’uscita da una sorte senza speranze.
Dorothy Parker è morta in solitudine nella sua camera d’albergo il 7 giugno 1967. Fu la polizia a perquisire i suoi cassetti e a scoprire che aveva lasciato tutti i suoi averi a Martin Luther King,
Ottavia Piccolo
Debutta giovanissima in teatro diventando una delle grandi interpreti della scena italiana.
Ha lavorato, tra gli altri, con Giorgio Strehler, Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Liliana Cavani, Ettore Scola, Luca Ronconi, Gabriele Lavia, Orazio Costa. Protagonista de “Il gattopardo” di Visconti, tra i riconoscimenti ricevuti ricordiamo il Prix d’interprètation féminine al Festival di Cannes, il David di Donatello, il Nastro d’Argento e il Premio Ubu.

IL SEQUESTRO. GLI 831 GIORNI DI CARLO CELADON
drammaturgia Marco Gnaccolini / con Giacomo Rossetto / regia Anna Tringali / produzione Teatro Bresci / con il patrocinio di Avviso Pubblico
831 sono i giorni di durata del sequestro di persona più lungo della storia del nostro Paese.
Un sequestro compiuto dalla ‘Ndrangheta e che ha come vittima un ragazzo veneto di diciotto anni: Carlo Celadon. Lo hanno rapito la sera del 25 gennaio 1988 dalla villa del padre, un ricco imprenditore di Arzignano, in provincia di Vicenza.
Lo hanno legato con il fil di ferro e chiuso nel bagagliaio di un’ auto per diciassette ore, il tempo di percorrere più di 1300 chilometri, il tempo di arrivare in Calabria, nei boschi dell’ Aspromonte.
Lo hanno liberato il 4 maggio 1990, abbandonandolo per terra, sul ciglio di una strada, con la chiara consegna di non voltarsi a guardare gli uomini che lo avevano tenuto prigioniero per più di due anni.
Aveva i capelli e la barba lunga e perso oltre trenta chili. I 7 miliardi consegnati dalla famiglia e molti dei rapitori si sono dissolti nell’aria.
Una delle prime foto che ritraggono Carlo Celadon dopo il rilascio, lo vede con i capelli lunghi, la barba incolta, magrissimo, nudo, con addosso solo un panno bianco.
Un Cristo.
Quello che subì Carlo Celadon fu una discesa all’inferno, o meglio, nella nostra visione, una moderna “Via Crucis”: c’è il sacrificio, il dolore, il rapporto con il Padre da cui si sente abbandonato ma al quale continuamente si riferisce, il rapporto con la Madre e con l’Amore.
Carlo Celadon sospende la vita per quasi tre anni. Egli muore. Ma come Cristo il suo Sacrificio conduce alla Resurrezione.
Carlo Celadon/Gesù risorge il 4 maggio 1990, dopo 831 giorni.
Giacomo Rossetto
Formatosi alla Scuola del Teatro Stabile del Veneto, in teatro è stato diretto da P.L. Pizzi, D. Michieletto, D. Salvo, L. De Fusco, A. Maggi, G. Sangati, E. Vezzoli, C. Simoni, S. Scandaletti, F. Cabra, L. Maragoni, S. Paoli, S. Mangini, A. Tringali. Al cinema e in tv ha lavorato con M. Placido, S. Accorsi, S. Mordini, G.M. Tavarelli, recitando in “Aldo Moro”, “Volevo fare la rockstar 2”, “Doc - Nelle tue mani 2”, “Lasciami andare”, “Odio il Natale”, “Un passo dal cielo 7”, “Nord Sud Ovest Est”.
E’ tra i fondatori di Teatro Bresci.

KOMPLOTTO
di e con Marco Brinzi / produzione Teatrino dei Fondi
Terrapiattisti, Illuminati, Rettiliani, 5G. Ognuno di noi conosce almeno un paio di queste teorie cospiratorie; non solo perché i media se ne occupano spesso o perché le vediamo spandersi a macchia d’olio sui social, ma anche per il fatto che il nostro cervello per come funziona, ci porta ad essere, almeno una volta nella vita, suscettibili a credere nell’esistenza di qualche cospirazione fittizia.
Ad ogni modo le teorie del complotto possono essere – ebbene sì – divertenti.
Distaccato dalla propria comunità, con un senso di impotenza e di alienazione totale, il protagonista cerca di far luce sulle sue ultime ore di cui tragicamente non ricorda niente. Cosa gli è successo? È diventato prigioniero di un potere occulto che ha osato denunciare pubblicamente? L’uomo cerca di ricostruire ciò che fino a quel momento è la sua esistenza di complottista.
Un monologo serrato, ironico e surreale portato in scena da Marco Brinzi che prova con questo nuovo lavoro ad indagare il tema del complottismo, come esso possa nascere in ognuno di noi, come si evolva, e soprattutto cosa possa accadere a chi lo sostenga profondamente in nome della Verità.
Marco Brinzi
Diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, è stato diretto da Luca Ronconi, Massimo Castri, Cristina Pezzoli, Serena Sinigaglia, Leo Muscato, Robert Carseen e Declan Donnellan. Al cinema e in tv ha preso parte a “1992”, “Limbo” e all’ultimo film dei Fratelli Taviani. Nell’ultima stagione è stato in tournée con Lella Costa in “Lisistrata”.

RITA E IL GIUDICE. Storie di scelte, padri e mafia
drammaturgia e regia Marco Artusi / con Evarossella Biolo / produzione Matàz Teatro / con il patrocinio di Avviso Pubblico
Rita cresce a Partanna, provincia di Trapani, Sicilia, il che negli anni ’80 del secolo scorso significava essenzialmente una cosa: vivere in terra di mafia.
Un luogo in cui lo Stato semplicemente non riusciva ad entrare, in cui a dettar legge erano i delinquenti, fra questi il padre di Rita.
Ribellarsi richiede delle motivazioni non comuni: deve cambiare il mondo in cui vivi o il modo di vedere quel mondo. E soprattutto devi poter incontrare delle persone che ti aiutino, ti proteggano e mostrino altre vie possibili.
Un giudice offre a Rita, giovane adolescente che vuole dire no, protezione e la ascolta; un giudice palermitano con una storia alle spalle che lo rende, assieme all’amico Giovanni Falcone, l’immagine della lotta alla mafia in tutto il mondo: Paolo Borsellino.
L’umanità e l’onestà intellettuale di Borsellino sono l’ultimo tassello che infonde a Rita Atria il coraggio di divenire testimone di giustizia
Evarossella Biolo
Si forma con Giuseppe Emiliani, Eugenio Allegri, Laura Curino, Carlos Alsina, Cristina Pezzoli, Enrico Bonavera. Approfondisce racconto, ricerca e scrittura teatrale con Ascanio Celestini e Giuliana Musso. Nel 2014 è tra i fondatori di Matàz Teatro di cui è direttrice artistica.

NON UNA GRANDE STORIA
di e con Vittorio Continelli / regia Stefano Tè / produzione Teatro dei Venti in collaborazione con Sidera
La vita di un uomo comune in uno spaccato degli ultimi trent’anni. Omar vive con la sua famiglia alla periferia di una capitale europea. La loro è un’esistenza ordinaria, fatta di lavoro, routine e sogni da inseguire. Finché un evento traumatico e le sue conseguenze non ne sconvolgono il corso.
Piccoli eventi quotidiani, comuni, apparentemente privi di rilevanza eppure emblematici, restituiscono la complessità di un uomo, padre di famiglia con un vissuto migratorio, che si confronta con diversi interlocutori: la moglie, i figli, la polizia, un medico. In scena sentiamo solo la sua voce e assistiamo alle sue reazioni, mentre gli altri personaggi restano invisibili.
Un individuo e la sua capacità di stare al mondo.
Vittorio Continelli
Autore, attore e regista teatrale. Si forma presso il Centro Teatro Ateneo dell’Università La Sapienza di Roma. Nel corso della sua carriera collabora tra gli altri con Teatro Minimo, Teatro dei Venti, Teatro KismetOpera – Teatri di Bari, CSRT Pontedera, Fondazione Teatro della Toscana e Compagnia Licia Lanera. Tra i riconoscimenti ricevuti il Premio Ettore Petrolini, il Premio Operum Harmonia e il premio Ribalta d’Autori; è stato inoltre finalista al Premio Scenario – Ustica. Con il Teatro dei Venti ha inoltre partecipato alla creazione della “Trilogia dell’assedio”, realizzata all’interno delle Carceri di Modena e Castelfranco Emilia, progetto vincitore del Premio Speciale Ubu 2025.

LO STRONZO
di e con Andrea Lupo / produzione Teatro delle Temperie / con il patrocinio di Amnesty International Italia
E’ la sera del decimo anniversario di matrimonio di Luca e Lilli, la coppia è pronta per andare a festeggiare; una parola sbagliata, una reazione violenta, lei sbatte la porta e scappa; a nulla servono le imprecazioni prima e le preghiere poi, per farle aprire quella maledetta porta e farla tornare. Luca non capisce, non si rende conto di quanta violenza metta quotidianamente da sempre nel suo rapporto con Lilli. Luca davanti a quella porta chiusa prova a capire, cerca una chiave che possa riaprire la sua relazione.
Si susseguono tre distinti piani narrativi: Luca che prova a farsi sentire da Lilli malgrado l’immensa porta chiusa; Luca che ci mostra, in una sorta di estremo riassunto, il proprio rapporto con il femminile in casa, sul lavoro e fra gli amici; Luca che cerca in sé e nella propria storia famigliare quali esempi di maschile lo abbiano portato ad essere quello che è diventato.
Resta solo, Luca, bloccato da quella porta che si renderà conto di non essere in grado di aprire non perché Lilli l’abbia realmente chiusa, ma perché è a lui che mancano i mezzi culturali ed emotivi per capirne i meccanismi e scardinarne l’impenetrabilità.
Andrea Lupo
Diplomato alla Scuola di Teatro di Bologna “Galante Garrone”, nel 2000 è segnalato come “miglior artista emergente” al Premio Ubu. Tra cinema e teatro è stato diretto dai principali registi italiani, tra i quali Lorenzo Salveti, Walter Pagliaro, Nanni Garella, Alessandro d’Alatri. Nel 2006 è tra i fondatori del Teatro delle Temperie.

MARADONA NELL'ALTO DEI CIELI
di Michele Ruol / con Giacomo Rossetto / regia Lorenzo Maragoni / produzione Teatro Bresci
Maradona nell’alto dei cieli è uno spettacolo all’incrocio tre dimensioni: il calcio, la fede, il teatro. È uno spettacolo scritto per essere interpretato da un unico attore, Giacomo Rossetto, mischiando la sua biografia di uomo, di attore, di ex-calciatore, di padre, con quella di uno dei più grandi calciatori e personaggi pubblici di sempre, e officiandone una specie di rito laico. Maradona ha una storia complicata, fatta di partenze, ritorni, ombre e luci splendenti, una storia in cui, in modo non così diverso da un attore, il privato è quasi sempre al servizio del pubblico. E attraverso questo incredibile percorso, Maradona è diventato un mito. Un mito fondativo di una squadra, di una città, di una nazione. È tramandato in modo scritto e in modo orale. È oggetto di leggenda. È venerato. E al cuore di tutto questo sta il suo essere uno di quei rarissimi uomini capaci da soli di portarsi sulle spalle un’intera comunità; o meglio di costruirla. Il testo di Michele Ruol affronta con coraggio, affetto e leggera ironia una figura che è un continuo invito a superare se stessi senza prendersi troppo sul serio, un invito al coraggio di affrontare le lotte con se stessi e a perdonarsi le cadute, e a darsi, come il teatro, quando lo spettacolo sembra ormai finito, ogni volta la possibilità di ricominciare.
Michele Ruol
Medico e scrittore, per il teatro ha collaborato tra gli altri con il Piccolo Teatro di Milano e il Teatro Stabile del Veneto. Con il libro “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” è stato finalista al Premio Strega 2025.
Lorenzo Maragoni
Regista, poeta, performer e autore teatrale, tra le voci più riconoscibili della scena contemporanea legata alla spoken word e allo poetry slam.
